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GRATUITO PATROCINIO
Gli avvocati dello studio legale Pepi, sono altresì abilitati ad assistere persone che hanno diritto al GRATUITO PATROCINIO CIVILE O PENALE A SPESE DELLO STATO.
Il Gratuito Patrocinio viene effettuato per i procedimenti pendenti di fronte ai Tribunali della Toscana.
Il gratuito patrocinio e' un beneficio previsto dalla Costituzione (art. 24 Cost.).Esso consiste nel fornire assistenza legale gratuita, per promuovere un giudizio o per difendersi davanti al giudice, a chi non e' in grado di sostenere le relative spese legali. Il pagamento delle spese (avvocati, consulenti, investigatori) viene dunque effettuato tramite il cosiddetto "patrocinio a spese dello Stato"


LO STUDIO PEPI, OPERA IN TUTTA ITALIA


PATROCINIO PRESSO NANTI LE MAGISTRATURE SUPERIORI
l'Avv. Giangualberto Pepi è Cassazionista dal 1984 ed opera nanti tutte le Corti Superiori inclusa la Corte Europea di Strasburgo.
In Italia la Corte Suprema di Cassazione è al vertice della giurisdizione ordinaria; tra le principali funzioni che le sono attribuite dalla legge fondamentale sull'ordinamento giudiziario del 30 gennaio 1941 n. 12 (art. 65) vi è quella di assicurare "l'esatta osservanza e l'uniforme interpretazione della legge, l'unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni". Una delle caratteristiche fondamentali della sua missione essenzialmente nomofilattica ed unificatrice, finalizzata ad assicurare la certezza nell'interpretazione della legge (oltre ad emettere sentenze di terzo grado) è costituita dal fatto che, in linea di principio, le disposizioni in vigore non consentono alla Corte di Cassazione di conoscere dei fatti di una causa salvo quando essi risultino dagli atti già acquisiti nel procedimento nelle fasi che precedono il processo e soltanto nella misura in cui sia necessario conoscerli per valutare i rimedi che la legge permette di utilizzare per motivare un ricorso presso la Corte stessa.Il ricorso in Cassazione può essere presentato avverso i provvedimenti emessi dai giudici ordinari nel grado di appello o nel grado unico: i motivi esposti per sostenere il ricorso possono essere, in materia civile, la violazione del diritto materiale (errores in iudicando) o procedurale (errores in procedendo), i vizi della motivazione (mancanza, insufficienza o contraddizione) della sentenza impugnata; o, ancora, i motivi relativi alla giurisdizione. Un regime simile è previsto per il ricorso in Cassazione in materia penale. Quando la Corte rileva uno dei vizi summenzionati, ha il potere-dovere non soltanto di cassare la decisione del giudice del grado inferiore, ma anche di enunciare il principio di diritto che il provvedimento impugnato dovrà osservare: principio cui anche il giudice del rinvio non potrà fare a meno di conformarsi quando procederà al riesame dei fatti relativi alla causa. I principi stabiliti dalla Corte di Cassazione non sono, invece, vincolanti per i giudici, in generale, quando questi devono decidere cause diverse, rispetto alle quali la decisione della Corte Suprema può comunque considerarsi un "precedente" influente. In realtà, i giudici delle giurisdizioni inferiori si conformano alle decisioni della Corte di Cassazione nella maggioranza dei casi. Non è necessaria alcuna autorizzazione speciale per presentare un ricorso innanzi alla Corte Suprema. Secondo l'articolo 111 della Costituzione ogni cittadino può ricorrere alla Corte di Cassazione per violazione di legge contro qualunque provvedimento dell'autorità giudiziaria, senza dover esperire alcun appello in materia civile o penale, o contro qualunque provvedimento che limiti la libertà personale. Alla Corte di Cassazione è anche attribuito il compito di stabilire la giurisdizione (vale a dire, di indicare, quando si crea un conflitto tra il giudice ordinario e quello speciale, italiano o straniero, chi abbia il potere di trattare la causa) e la competenza (vale a dire, di risolvere un conflitto tra due giudici di merito).La Corte di Cassazione svolge anche funzioni non giurisdizionali in materia di elezioni legislative e di referendum popolare per l'abrogazione di leggi.

LA REVISIONE
E’ ammessa per i condannati la revisione della sentenza passata in giudicato, la revisione del decreto penale di condanna ed anche della sentenza conseguente a patteggiamento. L'istituto della revisione non si configura come un'impugnazione tardiva che permette di dedurre in ogni tempo ciò che nel processo definitivamente concluso non è stato rilevato o non è stato dedotto, bensì costituisce un mezzo straordinario di impugnazione che consente, in casi tassativi, di rimuovere gli effetti del giudicato dando priorità alla esigenza di giustizia sostanziale. E questo può essere fatto anche se la pena è già stata eseguita.I casi che permettono la revisione della sentenza sono quattro e la si può essere richiedere: nel caso in cui i fatti stabiliti alla base della sentenza sono inconciliabili con i fatti stabiliti in altra sentenza anch’essa divenuta irrevocabile; se la condanna a carico del condannato è conseguenza di una sentenza di un giudice civile o amministrativo (successivamente revocata) che abbia deciso su questioni pregiudiziali (si veda l’art. 3 del Codice di procedura penale); se dopo la sentenza sono sopravvenute o si scoprono nuove prove che solo o unite a quelle già valutate nei giudizi precedenti dimostrano che il condannato poteva essere prosciolto; se la condanna è conseguenza di falsità in atti o in giudizio. Possono chiedere la revisione il condannato stesso o un suo prossimo congiunto o, se il condannato è morto, l’erede o un prossimo congiunto. La richiesta è proposta personalmente o tramite un procuratore speciale e nell’istanza devono essere esposte in maniera specifica le ragioni e le prove che giustificano la richiesta stessa. Unitamente alla richiesta va presentata la documentazione contenente le prove; vanno unite le copie autentiche delle sentenze nel caso di cui al n. 1 e 2 sopra descritti e va unita anche la copia autentica della sentenza che il condannato vuole che sia soggetta a revisione. La richiesta va presentata alla Corte d’Appello, che in caso di manifesta infondatezza, dichiara l’inammissibilità dell’istanza anche d’ufficio e può condannare chi ha proposto l’istanza al pagamento di una somma che può arrivare fino a €. 2.065. Avverso l’ordinanza può essere però proposto ricorso per Cassazione. La Corte d’Appello può, a seguito della presentazione dell’istanza, sospendere l’esecuzione della pena. Qualora non venga emessa ordinanza di inammissibilità il Presidente della Corte d’Appello emetterà decreto di citazione a giudizio e successivamente a seguito del giudizio si avrà una sentenza che, accolte le argomentazioni di chi ha richiesto la revisione, sarà di proscioglimento indicando la causa nel dispositivo. Non viene però preclusa l'adozione della declaratoria d’inammissibilità con la sentenza conclusiva del giudizio, una volta che questo sia stato disposto (Cass. Sez. Unite 26 settembre 2001 n. 28).


 
 
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